BOCCATE GLI IMPIANTI O BLOCCHIAMO LE INDUSTRIE
11 ottobre 2025. Notte di tensione e paura a Pratosardo, dove un commando composto da cinque o sei persone ha sferrato un attacco al deposito del Monopolio di Stato. È successo intorno alle tre del mattino: le strade sono state cosparse di chiodi, i passaggi ferroviari bloccati da traversine, bidoni e bombole, e l’intera area industriale è stata isolata.
Le forze dell’ordine hanno reagito con un massiccio dispiegamento, la zona è stata evacuata, e in poche ore la notizia dell’assalto ha invaso le principali testate regionali e nazionali.
Una rapina fallita, come tutti riportano?
Degli striscioni trovati sul posto, fissati con catene su due corsie diverse, dove si leggeva chiaramente: “Bloccate gli impianti o blocchiamo le industrie”, fanno pensare a ben altro. Ad un atto di ribellione.
Un’azione ben organizzata che ha preso di mira un simbolo dello Stato: il monopolio. Un gesto simbolico che spiegherebbe anche il bottino irrisorio, (appena 20.000 euro e pacchi di sigarette), per veicolare un messaggio tanto preciso e tanto politico. Un segnale, che va ben oltre la cronaca nera.
In un momento in cui la Sardegna è devastata da una speculazione energetica senza precedenti, con pale eoliche che spuntano come mine praticamente ovunque a breve pure in mare, un tale messaggio richiama esattamente la tensione sociale che cresce e che è presente da mesi.
“Bloccate gli impianti o blocchiamo le industrie” non è un diversivo, ma una presa di posizione. Un avvertimento gridato con rabbia e disperazione da chi non si sente più rappresentato né tutelato.
Non si può scegliere non vedere, di minimizzare, di mantenere la narrazione dentro i confini del “fatto di cronaca”, evitando ogni collegamento con il malessere sociale, economico e politico che attraversa l’isola.
Riconoscere la portata simbolica di ciò che è accaduto a Pratosardo significherebbe ammettere che qualcosa si sta muovendo davvero.
Che la Sardegna sta esplodendo sotto il peso di essere, ormai da troppo tempo, colonia, discarica, carcere e avamposto bellico. Fingere di non capire questo, è la vera violenza.

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