DIFENDO LA MIA TERRA”: ELVIRA USAI, LA SINDACA SIMBOLO DI UNA SARDEGNA CHE RIALZA LA TESTA
C’è una voce, tra le tante che in Sardegna si levano in difesa del territorio, che non parla solo di ambiente, ma di dignità, di identità e di futuro. È la voce di una sindaca del Sulcis Iglesiente — una delle zone più fragili e insieme più orgogliose dell’isola — che da mesi guida la battaglia contro il progetto di una nuova discarica nel proprio comune, prevista su un’area già devastata da una cava mai ripristinata.
“Non è una questione di capriccio né di sindrome del non nel mio giardino” dice con fermezza. “È una questione di sopravvivenza, di giustizia e di rispetto. Quella cava avrebbe dovuto essere riqualificata da anni, invece qualcuno vorrebbe trasformarla in un impianto di smaltimento di rifiuti “non pericolosi”, che però nel progetto elenca sostanze altamente inquinanti. Noi non lo permetteremo.”
Il percorso istituzionale è complesso: la società proponente ha presentato richiesta alla Regione Sardegna per la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e il Provvedimento Autorizzatorio Unico (PAUR). Ma la sindaca e la sua comunità non sono rimaste a guardare. Durante l’estate, decine di osservazioni tecniche sono state inviate all’assessorato, firmate da cittadini, associazioni e studiosi. L’inchiesta pubblica del 7 ottobre ha visto una partecipazione compatta e informata: una comunità che conosce le carte, che sa contestare le misurazioni falsate, le omissioni sul vento e sulle falde, la vicinanza a scuole e impianti sportivi, la mancanza di coerenza urbanistica e paesaggistica.
“Abbiamo messo in campo consulenze, competenze e passione — racconta la sindaca —. Non siamo contro lo sviluppo, ma contro uno sviluppo tossico. Non vogliamo diventare la discarica di nessuno e tanto meno del resto d’Italia.”
Il suo discorso va oltre l’attualità del progetto: “Io non posso pensare solo ai prossimi dieci anni. Devo pensare ai prossimi cinquanta. A cosa lasceremo alle future generazioni. Non possiamo accettare compensazioni economiche o promesse di pochi posti di lavoro in cambio di un danno che durerà secoli. Non siamo in vendita.”
Dietro queste parole non c’è solo la difesa di un territorio, ma la rivendicazione di un diritto antico e sempre negato: quello all’autodeterminazione. “Siamo noi che dobbiamo decidere come svilupparci, non chi cala dall’alto progetti già confezionati. Il Consiglio comunale rappresenta la comunità, ed è un atto di democrazia pretendere che le scelte sul territorio restino in mano a chi ci vive.”
Nella sua riflessione più personale, la sindaca tocca un nervo scoperto della questione sarda: “Perché sempre qui? Perché sempre la Sardegna deve ospitare discariche, carceri di massima sicurezza, basi militari, centrali eoliche e fotovoltaiche a dismisura? Forse perché siamo percepiti come lontani, come un’isola ai margini dove si può scaricare ciò che non si vuole vedere altrove. Siamo pochi, con infrastrutture deboli e un’economia fragile: per questo diventiamo appetibili agli speculatori.”
È un’analisi amara ma lucida, che affonda nel passato coloniale dell’isola e nella sua persistente marginalizzazione. “Chi arriva dal mare, nella nostra storia, raramente ha portato qualcosa di buono. Ma questa volta vogliamo che sia diverso. Dobbiamo liberarci di quella remissività che ci hanno inculcato nei secoli. Dobbiamo rialzare la testa, capire che non abbiamo nulla di meno rispetto ad altri. La nostra forza è nella terra, nella cultura, nella capacità di creare economie sostenibili — agricoltura, turismo, ambiente. Sappiamo farlo, dobbiamo solo crederci.”
Un appello ai giovani sardi nel mondo
Il suo messaggio finale è un invito che suona come un canto di resistenza: “Chiedo ai giovani che sono andati via di tornare. Di aiutarci a difendere la nostra terra. Di portare qui la loro esperienza, la loro professionalità, il loro amore per la Sardegna. Solo insieme possiamo costruire una società coesa, capace di reagire alle nuove forme di colonizzazione economica e ambientale. Noi siamo sempre stati chiamati ‘barbari’. Bene, allora difendiamoci come tali: con la schiena dritta e la testa alta.”
In un’epoca in cui la Sardegna rischia di diventare un laboratorio di speculazioni energetiche, discariche e concessioni senza ritorno, le parole di questa sindaca rappresentano molto più di una protesta locale. Sono la dichiarazione di un popolo che non accetta più di essere trattato come una periferia utile, ma rivendica il diritto di essere centro di se stesso.
Una voce che parla non solo per il suo comune, ma per un’intera isola che vuole autodeterminarsi, tornare a credere nella propria forza, e difendere il diritto a un futuro pulito, libero e consapevole.

MI PARE PERFETTO!!
RispondiEliminaLOTTA SENZA QUARTIERE DEL POPOLO SARDO CONTRO GLI FRUTTATORI DI SEMPRE DELLA NOSTRA TERRA!!
Analisi perfetta come dovremmo essere un po' tutti i sardi che hanno a cuore la propria terra complimenti alla sindaca
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