DOMUS DE JANAS
Le Domus de Janas, letteralmente “case delle fate”, sono antiche tombe ipogeiche scavate nella roccia, risalenti al tardo Neolitico (2200-2000 a.e.v.), che la tradizione popolare ha sempre legato a creature luminose e misteriose: le janas. L’etimologia della parola jana non ha nulla a che fare con “Diana”, come vorrebbe il filone romanista, ma viene piuttosto dal sumero di-an = “cielo splendente, divinità luminosa”.
Nel nord della Sardegna sono chiamate anche sas domos de sas fatas, mentre in altre zone prendono nomi come furréados (Ovodda) o furrighésos (Bono, Macomer). Qui la linguistica ufficiale le interpreta come “fornelli” (dal latino fornus), ma l’assonanza è fuorviante.
In realtà, secondo l’etimologia sardiano-orientale:
• Furréddu deriva dall’accadico puhru(m) = “assemblea sacra” + ellu(m) = “puro, rituale”, dando il significato di “luogo dell’assemblea sacra”.
• Allo stesso modo, furrighésu unisce puhru + hesû = “seppellire, nascondere”, traducibile come “ipogeo per assemblee”.
Questi luoghi non erano solo tombe, ma spazi collettivi, sacri e rituali: templi dedicati al culto degli antenati, all’incubazione, alle decisioni tribali, ai giuramenti. Erano l’equivalente antico della chiesa come spazio spirituale e comunitario.
In epoca cristiana, tali luoghi furono demonizzati, relegando le “fate” nelle tenebre, e reinterpretando le tombe come antri del male. Ma la radice profonda dei nomi — e dei rituali — ci racconta un’altra storia: quella di un popolo che onorava i propri morti come dèi e considerava sacro il vincolo comunitario.
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