IL LINGUISTA ERETICO

Ogni rivoluzione parte dalla cultura.

Perché quando la cultura si fa senza dogmi, con coraggio e per amore della verità, essa stessa diventa rivoluzione.


Il Glottologo e linguista Salvatore Dedola, è un esponente di altissimo livello di questa rivoluzione:


Egli non è uno studioso tra tanti. È una mente rara e libera, che ha consacrato la propria vita alla ricerca di una verità che a noi sardi è stata sottratta: la verità sulla nostra lingua, sulle nostre radici, sulla nostra storia.


E un popolo privato di tutto questo è un popolo smarrito, disgregato, confuso.


Il Dedola ha combattuto con le unghie e con i denti per restituire al popolo sardo la dignità storica e linguistica che gli spetta.


Una laurea in glottologia con una tesi sulla lingua gotica e specializzazione nel ramo della germanistica. Oltre 30 opere pubblicate e la traduzione integrale dell’ “intraducibile” (come i dotti comodamente asseriscono), Stele di Nora. 


Dedola è, nel panorama della cultura isolana, una figura divisiva e rivoluzionaria. Un eretico del sapere, come lui stesso si è definito, che ha scelto di dedicare la sua vita alla più rischiosa delle missioni: demolire le verità imposte sulla lingua sarda e ricostruirne una nuova. Una verità fondata non su ipotesi arbitrarie, ma su una solida base etimologica, frutto di minuziose ricerche pluridecennali e di un rigoroso approccio scientifico.


Il cuore del pensiero dedoliano è l’etimologia scientifica, un’indagine meticolosa delle radici profonde della lingua sarda: toponimi, cognomi, parole arcaiche.


Egli non si limita a proporre etimologie: le dimostra, attraverso confronti sistematici tra radici, fonetiche, contesti culturali e simbolici. Nei suoi studi, la toponomastica sarda diventa un atlante sacro, dove ogni nome racconta il culto, l’ambiente, la funzione originaria del luogo. I termini arcaici, i nomi degli strumenti, dei mestieri, degli animali si rivelano reliquie linguistiche antichissime, incomprensibili se osservate con la lente latina, ma chiarissime se lette alla luce del sumero, dell’accadico e dell’egizio.


Per Dedola, le parole non mentono. Sono testimoni millenarie che conservano la memoria di un popolo e della sua storia. E la Sardegna, in questo senso, è un archivio vivente.


È bene dirlo, le accademie sono spesso riluttanti verso chi si pone domande, soprattutto se sono quelle giuste.

Peggio ancora se quelle domande, fondate su metodo e rigore scientifico, sono in grado di mettere in discussione — e talvolta capovolgere — l’intera narrazione di stampo ariano che permea le cattedre europee da oltre un secolo.


Ma il suo pubblico cresce. Sempre più persone, anche giovani, scoprono i suoi testi e li accolgono con entusiasmo.


Chiunque abbia assistito a una sua conferenza, dal vivo o online, riconosce immediatamente un uomo libero. Libero dai compromessi, dalla retorica, dalle convenienze politiche. Libero dalla paura di contraddirsi, di correggersi, di andare avanti.

A innantis, mancari solu.


Le opere di Dedola sono destinate, col tempo, a cambiare il modo in cui i sardi guardano a sé stessi. Non si tratta solo di riscrivere una grammatica o di correggere un’etimologia. Il suo lavoro è un atto politico, identitario, culturale.

Un invito alla disobbedienza intellettuale, quando questa è guidata da un sincero desiderio di verità.

A non accettare ciò che ci viene consegnato come “ufficiale”, se pieno di contraddizioni e vuoti storici.


E come lui stesso scrive all’inizio di uno dei suoi saggi:

“Non temete di sembrare eretici. Temete di restare ignoranti.” 




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