IL PARADISO CHE PRODUCE MORTE
Nel cuore del Sulcis, una terra già ferita da decenni di crisi industriale e promesse mancate, si gioca oggi una partita che riguarda non solo il futuro economico della Sardegna, ma anche la sua coscienza collettiva.
Da una parte, un territorio un tempo trainato dalle produzioni metallurgiche di Portovesme, Eurallumina e Sider Alloys, oggi in ginocchio. Dall’altra, una fabbrica che prospera: la Rwm Italia, controllata del colosso tedesco Rheinmetall, produttrice di bombe, mine e droni militari a Domusnovas.
Il contrasto è tanto netto quanto inquietante.
Il piano del governo è il seguente: si passa dalla metallurgia all’industria di guerra.
A confermarlo è Il ministro delle Imprese Adolfo Urso, che ha ammesso che il governo non ha soluzioni concrete per rilanciare le produzioni storiche del polo del Sulcis. Il costo dell’energia – è troppo alto, afferma. E gli investitori scarseggiano. Dunque bisogna “cambiare modello”.
Ma il modello proposto è l’ennesimo atto di prepotenza di stampo coloniale: impiegare i lavoratori in esubero nelle linee di produzione di ordigni esplosivi e armi militari della Rwm.
Il segretario della Cgil Sardegna, Fausto Durante, ha espresso un netto rifiuto a riguardo : sostenendo che Il futuro del Sulcis non può essere affidato alle produzioni militari. Definendolo un errore storico e morale.
E mentre tutto intorno crolla, La Rwm chiede di raddoppiare i propri impianti.
La domanda è ferma da anni negli uffici della Regione, bloccata da una sentenza del Consiglio di Stato che impone una Valutazione di Impatto Ambientale, poiché l’ampliamento interesserebbe aree di grande pregio naturale e fragilità idrogeologica.
Ora, però, trapela che questa valutazione sarebbe stata approvata con esito positivo, ma pare che la decisione politica finale resti ancora aperta.
Se così fosse, basterebbe un sì politico della Giunta regionale per aprire la strada alla costruzione di nuovi reparti, magazzini e poligoni di test esplosivi.
Dietro l’operazione, c’è la promessa di 250 nuovi posti di lavoro. Vi suona famigliare?
Una cifra che, per un territorio stremato, suona come ossigeno.
Ma quale prezzo dovrà pagare il Sulcis ancora?
Oltre a questo dal 2017, lo stabilimento di Domusnovas è al centro di un’inchiesta morale e politica internazionale. Ed il motivo riguarda sempre armi e guerra. Le bombe prodotte in Sardegna sono state utilizzate dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi nella guerra in Yemen, un conflitto che ha fatto decine di migliaia di vittime civili, tra cui molti bambini. Il governo Conte II ne aveva sospeso l’export.
Con l’arrivo di Giorgia Meloni, le vendite sono riprese.
Oggi la fabbrica sarda è l’unica del Sulcis ad avere bilanci floridi, e – come se non bastasse – collabora anche con una società israeliana per la produzione di droni kamikaze.
Di fronte alla notizia della possibile approvazione della Valutazione di Impatto Ambientale, un coordinamento di gruppi pacifisti e ambientalisti sardi ha inviato una lettera alla presidente della Regione, Alessandra Todde, chiedendo un atto di coraggio politico e di non allinearsi a un parere tecnico.
Il movimento chiede che la giunta eserciti la propria discrezionalità politica per difendere “valori primari e assoluti: la vita, la salute, l’ambiente, la pace”.
Anche la Cgil, pur difendendo i diritti dei lavoratori della Rwm, invita il governo e la Regione a un cambio di prospettiva.
La storia del il Sulcis si ripete, ancora e ancora.
Una terra dalle bellezze ineguagliabili, che produce morte da decenni.
Nel 2025, la Sardegna è ancora una volta laboratorio e simbolo di un’Europa che, in nome del lavoro, accetta di trasformare i propri paesaggi e le proprie coscienze in industrie della guerra.

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