LA SARDEGNA IN EPOCA ROMANA

Due secoli dopo la conquista romana, Cicerone (in Pro Scauro) affermava che nessuna città sarda era ancora

"amica" del popolo romano. Se le città erano ostili, le campagne e le montagne, che coprivano il 70% del territorio, erano ancora più lontane

dall'influenza latina.


Nel VI secolo d.C., la maggioranza dei Barbaricini, abitanti delle montagne sarde, era ancora pagana, come denunciato da papa Gregorio Magno. In unEuropa già totalmente cristiana era inaccettabile che antiche religioni pagane resistessero al cristianesimo. Questo accadde nonostante la Sardegna fosse già sotto il controllo romano e, successivamente, bizantino. Solo con il capo barbaricino Ospitone si avviò una conversione al cristianesimo, ma la lingua sarda rimase intatta.


E no, non si cominciò a parlare latino.


Il territorio montuoso e aspro della Sardegna, in particolare le regioni della Barbagia e dell’Ogliastra, favoriva la resistenza locale. Roma non riuscì mai a costruire una rete stradale efficace nell’interno dell’isola, rendendo difficile il movimento delle truppe.


Le tribù sarde utilizzavano una tattica di guerriglia, rifugiandosi nelle montagne e attaccando le guarnigioni romane con rapide incursioni. Questo tipo di resistenza impedì ai Romani di esercitare un controllo effettivo su tutto il territorio


Dopo la sconfitta dei Cartaginesi, Roma impose il suo controllo sulla Sardegna, ma il dominio effettivo si limitò alle città costiere, come Karalis (Cagliari) e Turris Libisonis (Porto Torres). Le zone interne, abitate da popolazioni indigene come gli Ilienses, Balari e Corsi, rimasero fuori dal controllo romano e condussero una resistenza pluricentenaria. 


Eppure si continua a sostenere che la Sardegna subì dominazione romana e che la sua lingua sia di derivazione latina. 

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