PULIZIE ARCHEOLOGICHE E RINASCITA SOCIALE: LA RIVOLUZIONE DI ARCHEO SARRABUS


Avrete sicuramente sentito dire questa frase, magari accompagnata da un’alzata di spalle:

“Funti scetti perdas!” — “Sono solo pietre.”


Purtroppo, è un’espressione che riecheggia spesso quando si parla dei siti archeologici sardi. I nostri antichi monumenti, presenti in gran numero su tutta l’isola, vengono troppo spesso sottovalutati. Complice forse, anche l’etimologia sminuente del nome Nuraghe, riconducibile, secondo la versione accademica a « cumuli di pietra ». Ma sappiamo bene che non è così, poiché il vero significato è molto più alto  e profondo: come sostiene il linguista e glottologo Salvatore Dedola nei suoi testi, ha a che fare con la luce. 

La radice  “nur”, in lingua sumero-accadica, significa luce/bagliore. Verosimilmente I Nuraghes avevano a che fare con il culto al Dio sole. Tale lettura avrebbe forse contribuito di più a percepirli per ciò che realmente sono: un tesoro da valorizzare e non un “vincolo” che ostacola le attività da svolgere sui terreni in cui si trovano.


Ma cosa accade quando un territorio — ricco di testimonianze che spaziano dall’Età della Pietra al Medioevo, fino all’età Moderna — viene liquidato con un semplice “qui non c’è niente”?


La Scintilla: dal “Qui Non C’è Niente” all’Azione

Parte da Martino Zedda, ideatore del progetto Archeo Sarrabus, nato per censire e documentare tutte le strutture antiche — note, meno note o addirittura non registrate — del suo territorio.


Sette anni fa, Martino si trovava in un noto bar di Muravera. Due turisti gli chiesero:“Cosa possiamo visitare qui a Muravera, oltre al mare?” La risposta dell’esercente fu lapidaria: “Signori, qui non c’è niente.” Quelle parole suscitarono in Martino un moto di indignazione. Com’era possibile che un territorio tanto ricco e stratificato venisse liquidato con tanta superficialità? 

Capì che il problema non era la mancanza di siti, ma la mancanza di conoscenza: le persone del posto non avevano mai imparato a percepire le proprie antichità come un valore per la comunità.


Da quel momento, Martino iniziò a condividere sui social le sue scoperte, mostrando — con mezzi semplici ma autentici — la bellezza e l’importanza dei luoghi che visitava.

Non è un lavoro facile, ma è ricco di soddisfazioni.

Oggi il progetto Archeo Sarrabus è affiancato dall’associazione Limen Sarrabus Gerrei APS, che include anche il progetto dei Sentieri Primitivi ideato da Marco Melis.

« Grazie al lavoro di squadra, siamo riusciti a conquistare la fiducia dei cittadini!

Un segnale concreto di questa fiducia è arrivato dai proprietari dei terreni, che hanno iniziato a contattarci per far censire e ripulire i siti archeologici presenti nelle loro proprietà. Le nostre “pulizie archeologiche” sono diventate veri e propri eventi partecipativi: giornate dedicate alla potatura della vegetazione che soffoca i monumenti, con oltre 30 volontari che donano tempo e fatica alla causa.

Ogni volta si crea un clima di entusiasmo e convivialità, che culmina in un momento di socialità e condivisione dopo il lavoro.

È così che è nato un circolo virtuoso: la dimostrazione concreta che quelle “quattro pietre” non sono affatto prive di valore. » Afferma Marco.


Ma cosa significa davvero avere quelle “quattro pietre” sul proprio terreno o nel proprio comune?

È vero: un monumento tutelato comporta vincoli — per esempio, in caso di opere pubbliche o concessioni per impianti energetici. Tuttavia, la tutela aumenta il valore del territorio, innescando un meccanismo di turismo di riflesso.

Quando le persone visitano un sito archeologico, generano un flusso di visitatori che può tradursi in opportunità economiche: vendita di prodotti locali, servizi di accoglienza, escursioni, artigianato.

Le attività collaterali sono potenzialmente infinite.

Solo attraverso la conoscenza e la consapevolezza possiamo trasformare delle pietre in una vera ricchezza. Gli strumenti ci sono, ma servono studio, impegno e passione.


Il progetto Archeo Sarrabus e l’associazione Limen Sarrabus Gerrei APS mettono la loro esperienza a disposizione di tutti i sardi che vogliano replicare questo modello nei propri territori, con la speranza che, poco a poco, la Sardegna possa riacquistare la coscienza di sé e del patrimonio inestimabile che detiene.

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