REPRESSIONE, INGANNI E RASSEGNAZIONE: ANATOMIA DI UNA COLONIA
“I sardi hanno perso i coglioni.”
“Colpa dei sardi che non si ribellano.”
“I sardi si vendono bene al padrone.”
La questione sarda è sempre stata sensibile, ma oggi lo è più che mai.
C’è chi parla in questo modo senza sapere nulla. Nulla di tutto ciò che ha afflitto la sardegna e di quale costo ha avuto per quest’isola contribuire alla creazione di questo stato ingrato chiamato Italia?
I sardi hanno senz’altro le loro colpe: troppe volte hanno ceduto al ricatto che li ha costretti a scegliere tra la salute e il lavoro. Tra una vita modesta e una tranquillità economica apparente, che ha finito per contribuire alla svendita di quest’isola. Un’isola che oggi è costretta a difendersi. Anche dagli stessi sardi e da uno stato che si ricorda di lei solo quando c’è da venderla.
In Sardegna, per un sardo, tutto è più complesso.
Se vuoi fare impresa, è una corsa a ostacoli.
Se vuoi costruire o avviare un progetto, ti scontri con vincoli e restrizioni che sembrano scritti ad hoc, unicamente per scoraggiarti.
Al contrario, quando uno straniero decide di comprare e portare avanti progetti imprenditoriali, la strada è spianata.
Poi, ci sarà sempre chi – non essendo sardo – si sentirà in diritto di commentare con nonchalance, con quell’aria di chi sa tutto… pur non sapendo niente.
Ma ehi, questa è anche l’eredità che ci portiamo dietro: sulla Sardegna chiunque si sente autorizzato a parlare, senza nemmeno prendersi la briga di informarsi. Ci siamo abituati.
Il popolo sardo porta addosso una rassegnazione nata da secoli di sfruttamento, soprusi, saccheggi e colonizzazione: mi riferisco a quella italiana. Perché è questo che siamo: una colonia di una colonia.
Questa rassegnazione è stata alimentata anche con un indebolimento “programmato” dell’indole ribelle e combattiva dei sardi.
In epoca fascista, ad esempio, le leggi di italianizzazione portarono famiglie dalla penisola in varie zone dell’isola per creare nuclei misti e diluire l’identità culturale.
In quegli stessi anni la lingua sarda venne proibita nelle scuole: non si doveva parlare, non si doveva insegnare.
E la storia?
Strano ma vero La Sardegna ha una storia che non è studiata, ignorata nei programmi scolastici e mai attenzionata come meriterebbe.
Una storia su cui chiunque può dire la sua, perché va avanti a colpi di speculazioni e silenzi. E che oggi viene addirittura villipesa con progetti “green” in attesa di convalida in luoghi che ne sono chiara testimonianza.
Per decenni questa terra è stata trattata come un’isola di punizione: un luogo percepito come ostile e arretrato, “dove non c’è niente”.
Persino tra le forze dell’ordine, l’essere mandati in Sardegna veniva visto come una sorta di punizione.
I sardi, per essere considerati italiani, si sono sempre dovuti meritare quel “titolo”.
Come se non bastasse nascere sotto quello Stato.
E aver dato, ad esempio, il massimo
nella Prima Guerra Mondiale,
fornendo in proporzione,
il maggior numero di soldati all'Italia.
pagando un prezzo altissimo in vite umane: un’intera classe generazionale decimata.
In cambio lo Stato promise riconoscenza.
L’abbiamo visto negli anni a venire…
Solo devastazione in nome del progresso. E la storia si ripete.
Per decenni i sardi sono stati ridicolizzati. Dipinti come arretrati.
Al punto che… forse… un po’ hanno finito per crederci anche loro.
Nonostante tutto questo, la Sardegna non può continuare a percepirsi vittima. È protagonista, e chi decide di ignorarlo, di giudicare senza conoscere, semplicemente non comprende la forza di un popolo che ha sempre saputo rialzarsi.
Negli anni Sessanta lo Stato voleva trasformare Pratobello, vicino a Orgosolo, in un poligono militare permanente.
I pastori e la popolazione si ribellarono: per settimane occuparono pacificamente i pascoli, donne e bambini compresi, opponendosi all’esercito a mani nude.
Fu una rivolta popolare non violenta, ma determinata, che costrinse il governo a fare marcia indietro.
Il poligono non venne mai realizzato: poche centinaia di persone vinsero contro lo Stato: Pratobello rimase ai sardi.
Oggi viviamo in un mondo di spostamenti continui e contaminazioni inevitabili.
Questo, per certi versi, arricchisce; per altri, comporta una perdita culturale profonda e un distacco dai valori che hanno sempre reso la Sardegna unica.
E quando la Sardegna inizia a essere percepita come “un luogo qualunque” agli occhi di chi ci vive o di chi vi si integra senza assorbirne l’anima, diventa difficile alimentare una causa di autodeterminazione e liberazione. E questo l’Italia lo sa bene.
Negli anni, la Sardegna è stata trasformata sempre di più in uno stato di polizia.
Un’isola sorvegliata, controllata, militarizzata.
Non una terra libera, ma un presidio.
Un tempo, i carabinieri e i poliziotti erano per lo più sardi: conoscevano il territorio, le persone, la lingua.
Oggi, la stragrande maggioranza viene dal continente.
Giovani mandati qui Non per servire i sardi, ma per controllarli.
La Sardegna è stata trattata come un laboratorio di repressione.
Ce ne sarebbero di cose da dire..
Ciò nonostante, anche dopo 2 basi militari che ci avvelenano da oltre 70 anni, miniere dismesse che hanno creato un deserto tossico, due raffinerie altamente inquinanti, gli sversamenti mortiferi di qualche fabbrica chiusa, il nostro mare bombardato e ora, la speculazione energetica, io nutro ancora fiducia.
Perché i sardi — quelli veri, che mantengono alta la propria cultura e conoscono la loro storia — farebbero di tutto per salvare questa terra antica e martoriata che resiste dalla notte dei tempi.
Quindi non temete:
prima o poi, il re sarà nudo e voi ricomincerete a chiamarci banditi.

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