LA TERRA SARDA SOTTO LO STIVALE: LA VIOLAZIONE PIÙ GRAVE DELL’ AUTONOMIA SARDA DAL 1948


È scontro tra Alessandra Todde e Giorgia Meloni per il Dl aree idonee varato dal governo.

Ma quale scontro?!

La politica regionale è da una farsa all’altra, ma la gente non è stupida. 

La Sardegna è rimasta un anno con buco normativo, si è sfiorato il commissariamento della regione.

La stessa cosa vale per il mancato parere in merito all’ampliamento della fabbrica di morte RWM, sulla quale la presidente Todde non ha fiatato. 

Bel paradosso anche quello: la presidente Todde a manifestare per la Palestina, mentre dall’isola partono le bombe che li ammazzano, i palestinesi, e non solo loro.


Tornando alla legge, un’altra legge per impedire questo affronto c’era, e portava la firma di oltre 210 mila sardi!

Ma ora c’è chi tenta di gettare fumo negli occhi cercando di farci credere che c’è uno scontro. A dir poco patetico.


E per chi non sapesse cosa sta accadendo:

lo Stato italiano si arroga il diritto di stabilire dall’alto quali parti della Sardegna saranno trasformate in aree idonee per le rinnovabili. 

Questo decreto sulle aree idonee per gli impianti da fonti rinnovabili è stato percepito in Sardegna come un vero blitz, una delle più pesanti violazioni dell’autonomia regionale dal 1948. Il cuore della contestazione sta nel fatto che lo Stato ha ripreso in mano settori in cui la Regione aveva competenza esclusiva, come la pianificazione territoriale e urbanistica, tutelata dallo Statuto Speciale. 

Il Governo ha scelto di procedere tramite decreto-legge, forma che non richiede alcuna intesa con la Sardegna, riducendo di fatto il ruolo della Regione a semplice spettatrice. Il messaggio è stato chiaro: niente più discrezionalità locale, soprattutto dopo la bocciatura del TAR Lazio che chiedeva maggiore omogeneità nazionale. Così, Roma ha riscritto le regole, impedendo alle Regioni di introdurre limitazioni più stringenti. Nonostante ciò, la Sardegna è obbligata a legiferare entro 120 giorni, individuando ulteriori aree idonee senza poter imporre divieti generali. Dentro questo quadro già teso, molti accusano la stessa Regione di aver favorito la manovra creando un vuoto normativo, dovuto alla mancata approvazione della legge Pratobello, che avrebbe evitato l’intervento centralista.

A rendere la situazione ancora più controversa è il modo in cui vengono definite le “aree automaticamente idonee”. Secondo numerosi osservatori, i criteri sono costruiti in modo tale da colpire soprattutto la Sardegna, dove le categorie indicate dal decreto si trovano in quantità enormemente superiori rispetto al resto d’Italia. L’articolo 11-bis include tra le aree idonee i siti degradati e dismessi: cave, miniere abbandonate, aree di bonifica e discariche. Una scelta che nell’isola diventa quasi una condanna automatica, considerando l’eredità mineraria e industriale del territorio, con decine di migliaia di ettari di aree dismesse e ben 451.000 ettari classificati come siti contaminati (SIN). A queste si aggiungono le servitù militari: il demanio dello Stato e quello della Difesa sono considerati idonei per nuovi impianti, e in Sardegna parliamo di circa 35.000 ettari occupati da poligoni e installazioni militari. Anche le aree industriali, ferroviarie e autostradali rientrano nella lista, rendendo l’isola una sorta di griglia perfetta per piazzare impianti ovunque. In area agricola, poi, il fotovoltaico è consentito nelle fasce di rispetto delle grandi infrastrutture e, più in generale, su terreni degradati o soggetti a ripotenziamento. L’unica eccezione meno invasiva è quella dell’agrivoltaico, che però può essere autorizzato solo se garantisce la reale coesistenza con l’attività agricola o pastorale.

Il risultato è un meccanismo che trasforma le ferite storiche dell’isola in un lasciapassare per nuovi impianti. Inquinamento, abbandono industriale e militarizzazione diventano criteri che facilitano l’installazione, senza che il decreto preveda obblighi di bonifica o compensazioni immediate per i territori che verranno nuovamente sacrificati. A completare il tutto arrivano gli obiettivi vincolanti di potenza: la Sardegna deve passare dai 34 MW installati nel 2021 agli oltre 6.200 previsti per il 2030, un salto che rende evidente la pressione sull’isola. Le procedure autorizzative, per di più, vengono drasticamente accelerate. Nelle aree considerate idonee, il parere paesaggistico non è più vincolante e i tempi dell’autorizzazione unica sono ridotti di un terzo.

Il decreto appare come un dispositivo che obbliga la Sardegna a sostenere un massiccio incremento di impianti rinnovabili, concentrati proprio nelle zone più fragili e segnate della sua storia. Il tutto mentre la Regione perde gran parte della sua capacità decisionale sul proprio territorio, aprendo la porta a investitori e speculatori pronti a sfruttare una norma che, per molti, rappresenta l’ennesima sottrazione di sovranità in un’isola già ampiamente ferita.

Insomma, addio per sempre bonifiche! 

Ci si piazza direttamente le pale sopra! 

In sintesi, lo Stato ignora lo Statuto speciale: le decisioni prese sul territorio, ignora perfino le zone che la stessa Regione Sardegna aveva giudicato incompatibili per ragioni archeologiche, paesaggistiche e naturalistiche. 

Salvo poi giocarsi la carta del silenzio assenso, quando c’era da opporsi al progetto eolico di saccargia, con pale eoliche alte 180 metri, a ridosso della storica basilica. 


Nello stesso decreto, vengono “salvate” le Province autonome di Bolzano e Trento. A loro si riconosce la piena autonomia. Alla Sardegna no. Perché? 

I sardi sono forse meno cittadini? Meno degni di autodeterminazione?


La Sardegna ha già pagato per lo “sviluppo italiano” negli anni Sessanta, quando l’industrializzazione forzata ha avvelenato intere aree del sud dell’isola. Terreni compromessi, falde distrutte, laghi rossi e carichi di scorie tossiche che ancora oggi gridano vendetta. 

L’isola pagó allora e sta pagando adesso: un territorio devastato e, per beffa, ora le si pretende di sacrificare altro territorio, altri paesaggi e millenni di storia, perché così ha deciso Roma. Senza ascolto, senza rispetto, senza autonomia reale.


Tutto Questo non è più accettabile. Questo dà alla Sardegna ogni diritto di pretendere piena autodeterminazione. Anche l’indipendenza.

Perché in una terra trattata da colonia, il popolo non sará mai libero.


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