I GIGANTI DI MONT’E PRAMA: QUANDO L’ARCHEOLOGIA DIVENTA SCANDALO ED IL SILENZIO PESA PIÙ DELLA PIETRA
Circa vent’anni fa venne affidato l’incarico di occuparsi dei frammenti di Mont’e Prama su iniziativa del soprintendente di Sassari, professor Francesco Nicosia, allora anche direttore del Centro di Restauro di Li Punti, all’epoca l’unico operativo in Sardegna. L’abbandono dei reperti in un magazzino del Museo di Cagliari era un fatto noto da decenni agli addetti ai lavori: risaliva al 1974, anno della scoperta, con successivi recuperi avvenuti in modo discontinuo.
La ragione di questo accantonamento va ricercata nel potere assoluto esercitato dall’ente detentore dei reperti, che ne controlla non solo la custodia ma anche la disponibilità, il possesso e l’utilizzo, anche a fini economici. Nel caso di Mont’e Prama, le cause furono molteplici: l’attesa di fondi pubblici; la logica del “li pubblico io al momento opportuno”; le rivalità interne tra ambiti disciplinari, in particolare tra nuragico e fenicio-punico, in vista di futuri stanziamenti; e infine il timore di affrontare percorsi interpretativi nuovi e potenzialmente destabilizzanti.
I primi gravi errori emersero già nella fase di recupero. L’intervento iniziale fu effettuato dalla Guardia di Finanza e, anche successivamente, non risultano analisi radiologiche utili alla datazione né vere trincee di scavo. Lo stesso Giovanni Lilliu affermò che gli scavi non superarono mai i sessanta centimetri di profondità, una misura irrisoria rispetto alle dimensioni delle statue, appena sufficiente allo spessore di un torso.
Ancora più grave fu la mancata vigilanza sul sito, protrattasi per quasi trent’anni. In questo lungo arco di tempo il sito rimase esposto al saccheggio sistematico, al prelievo di souvenir e al mercato clandestino. Da qui la situazione paradossale riscontrata in seguito: trentadue torsi virili, pochissimi arti decorati e un numero estremamente ridotto di teste, rendendo la ricomposizione delle statue un’operazione quasi impossibile.
Quando si decise finalmente di intervenire in modo strutturato, emerse immediatamente un altro problema: l’assenza di fondi pubblici. Fu grazie a un finanziamento privato, ottenuto tramite la società ENDESA, che si rese possibile la delicata operazione di raccolta e trasporto dei frammenti al Centro di Restauro di Li Punti. Anche questa fase fu ostacolata da forti resistenze istituzionali, in particolare da parte di Cagliari, che vedeva venire meno il controllo sui reperti. Durante il trasporto si arrivò persino a un blocco stradale da parte delle forze dell’ordine per il controllo della documentazione e dell’elenco dei circa 1500 frammenti trasferiti.
In questo contesto maturò anche una denuncia pretestuosa nei confronti del soprintendente Nicosia, successivamente archiviata ma sufficiente a colpirne l’azione e l’autorevolezza. Nonostante tutto, i reperti giunsero a destinazione e ENDESA contribuì ulteriormente al collegamento telematico tra la soprintendenza e il centro di restauro.
A quel punto si pose il problema della trasparenza e dell’informazione pubblica. La semplice esposizione di alcuni frammenti fuori contesto al Museo di Cagliari non poteva bastare. La vicenda venne resa pubblica attraverso la stampa locale e con un ordine del giorno approvato all’unanimità dal Consiglio Regionale della Sardegna, che riconosceva l’eccezionale importanza dei reperti nonostante il saccheggio e l’incuria subiti.
L’allora presidente della Regione, Renato Soru, attivò una serie di stanziamenti per la valorizzazione e la musealizzazione dei beni archeologici sardi, aprendo una nuova stagione culturale. Ma questo risveglio produsse anche forti reazioni: da un lato l’indignazione di settori del mondo universitario e accademico, gelosi dei propri “recinti”; dall’altro l’emergere di appetiti economici che finirono per rallentare bruscamente le attività.
Nonostante l’esistenza di un centro di restauro sardo con trentadue tecnici altamente qualificati e la costituzione di una Associazione Temporanea di Scopo tra istituzioni pubbliche e formative, il progetto venne progressivamente svuotato. Con l’arrivo di un nuovo soprintendente, ogni interlocuzione si interruppe. Nel frattempo, comparve un’impresa romana, la Nardi, alla quale furono affidati i lavori, mentre i restauratori sardi vennero completamente esclusi.
Il cosiddetto “tavolo a tre gambe” che aveva reso possibile l’avvio dell’operazione venne sistematicamente demolito: il professor Nicosia fu prosciolto da accuse infondate poco prima della sua morte; il responsabile dell’ente di formazione venne colpito da ispezioni e rimosso; l’intero gruppo di lavoro fu estromesso.
La gestione del restauro passò così a soggetti esterni, con piena libertà amministrativa ed economica. Non è dato sapere nel dettaglio come siano stati trattati i frammenti, ma il risultato finale solleva interrogativi pesanti: statue con evidenti incongruenze anatomiche e un patrimonio archeologico trasformato in oggetto di esposizioni itineranti, contese istituzionali e rendita simbolica.
I Giganti di Mont’e Prama, anziché essere tutelati, studiati e restituiti alla loro dignità storica, sono stati utilizzati come un bancomat culturale. Questa vicenda non solleva solo domande archeologiche, ma pone un problema politico e morale sulla gestione dei beni culturali in Sardegna: chi decide, come decide e a vantaggio di chi.

Una storia antica, la cui verità diventa scomoda per molti in Italia, soprattutto le altre sovrintendenze. Pensate alla sovrintendenza Sabap
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