RWM, LA REGIONE CHE NON DECIDE: TODDE FIRMA IL COMMISSARIAMENTO (SENZA METTERCI LA FIRMA)


C’è un modo elegante per non assumersi responsabilità: far scadere i termini. E c’è un modo ancora più comodo: farlo chiamandolo “prudenza”, “istruttoria”, “garanzie”. Nel caso Rwm, la Regione Sardegna ha scelto la terza via: *non scegliere*, e trasformare un atto dovuto (decidere) in un atto mancato (sparire).


Il copione è scritto nero su bianco: *ultimo giorno utile* per portare in Giunta la delibera sull’ampliamento, ma la delibera non arriva. La presidente Alessandra Todde “decide di non decidere” e il risultato è automatico: la palla passa a Roma, con la prospettiva di un commissario ad acta chiamato a fare ciò che l’istituzione regionale non ha fatto in tempo o non ha voluto fare in pubblico. 


La scusa perfetta: “mancano ancora valutazioni”.


La Regione lascia filtrare che all’istruttoria mancherebbero valutazioni su *dissesto idrogeologico* e *ambito sanitario*, dunque non si può procedere a una pronuncia definitiva. Tutto vero, tutto possibile. Ma c’è una domanda banale che inchioda la politica alle sue responsabilità: se mancavano pezzi così essenziali, perché arrivarci all’ultima notte utile?


Perché qui non siamo davanti a un fulmine a ciel sereno. Il Tar—sempre secondo le ricostruzioni riportate—aveva imposto una decisione entro la scadenza: non un favore, un obbligo. E l’obbligo è stato aggirato con l’arte tutta italiana del rinvio che diventa destino.


La maggioranza che si sfila, la presidente che si eclissa.


Il secondo convitato di pietra è la politica interna: Alleanza Verdi Sinistra, alleata di governo regionale, aveva messo le mani avanti annunciando che avrebbe votato contro, con lo slogan “No all’economia di guerra”. Traduzione: la Giunta rischiava una spaccatura in diretta. E allora, per non perdere un voto, si perde la decisione. 


È una scelta che evita lo scontro oggi, ma lo amplifica domani: perché quando ti commissariano, non ti chiedono il permesso e non ti contano i voti. Ti tolgono il tavolo e ti lasciano il comunicato.


Il tavolo “vuoto” e la Sardegna spettatrice di se stessa. Ancora e ancora.


A rendere il quadro ancora più amaro, c’è un dettaglio politico riportato dalle agenzie: al tavolo convocato al Mimit sulla situazione dello stabilimento, i vertici sardi risultano assenti. E mentre la Regione non decide e non partecipa, il governo si prepara a intervenire “in supplenza”.


Il ministro Adolfo Urso parla di “stallo amministrativo ormai insostenibile” e annuncia contatti con il ministro Pichetto per muoversi rapidamente se la Regione non si esprime. In pratica: grazie dell’autonomia, ci pensiamo noi. 


In mezzo, come sempre, ci sono i lavoratori: l’azienda parla di 60 posti “congelati” in attesa di risposte, con prospettive che “a regime” potrebbero arrivare fino a m250 unità. Numeri che diventano leva politica, e che la non-decisione trasforma in incertezza prolungata: oggi non c’è un sì, non c’è un no, c’è solo un “vediamo cosa decide qualcun altro”.


E qui sta il punto più grave per la Regione: non è nemmeno una scelta “di principio” contro l’ampliamento, perché una scelta di principio la fai firmandola e motivandola, assumendoti il rischio politico e giuridico. No: questa è la scelta di chi vuole i benefici di qualsiasi esito senza pagare il costo di nessuno.


Alla fine la fotografia è crudele: una Regione autonoma che, davanti a un dossier esplosivo (industrialmente, socialmente, politicamente), rinuncia all’atto sovrano per eccellenza: decidere. Si consegna al commissariamento come alibi istituzionale.


Perché il “non decidere” non è neutralità. È una decisione mascherata: quella di farsi sostituire. E nel giorno in cui Roma nomina un commissario, la Sardegna non perde solo una pratica amministrativa. Perde un pezzo di credibilità: quella di un governo regionale capace di stare in piedi quando la partita scotta.


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