QUANDO LA PROTESTA SI SPACCA: MEMORIE DI UNA MANIFESTANTE


È una domenica 
nuvolosa quella del 14 Dicembre 2025 per il Sulcis-Iglesiente. Lungo le strade di campagna di Domusnovas, si svolge una manifestazione contro l’ampliamento di un noto stabilimento di produzione di armi in mano ad un’azienda che si presenta come un fornitore di lunga data dei dipartimenti e ministeri della difesa e delle forze armate di tutto il mondo. Si tratta della tanto discussa RWM Italia S.p.A., filiale del gruppo tedesco, ormai da tempo al centro di una grande discussione popolare e mediatica. 

Il corteo è fermo da ore. Incollato alle strade di campagna come una macchia che non viene via. Non solo le strade da cartolina, ma quelle funzionali, strette, pensate per far passare mezzi, merci, e personale. La polizia ha sbarrato la strada come da copione, una linea ferma fatta di scudi e manganelli traduce un imperativo semplice, quasi didattico: “non un altro passo”.

Questa volta però è diverso. C’è tanta gente, c’è numero. C’è quella densità che non si improvvisa e che, a un certo punto, può sfuggire di mano. Il corteo si spinge quindi fino alle arterie della fabbrica, ai due nodi nevralgici della sua logistica. La strada è bloccata sul serio. E quando una strada è bloccata sul serio, prima o poi arriva qualcuno che quella strada la usa per vivere.

Le prime auto si fermano. Alcuni fanno dietrofront in silenzio, imboccano sterrate più lunghe, più scomode. Altri restano, motore spento, a cercare una breccia nel corteo, a negoziare il passaggio, a irritarsi. A chiedersi se oggi sia uno di quei giorni in cui devi prendere posizione anche se non avevi previsto di farlo.

Il caso forse più emblematico è quello del cacciatore. Macchina ferma davanti al blocco. Cofano chiuso. Dentro, una scatola e otto cani. Il conducente scende, vuole passare, parla tanto. Mostra, spiega, insiste. Dice che non può aspettare. Lo ripete. Ogni volta con un tono un po’ più alto, come se il tempo fosse diventato un’accusa.

Intorno, il corteo si compatta e si spacca nello stesso momento. C’è chi tiene la linea. Dice no. Che una protesta che inizia a concedere eccezioni va contro la sua essenza. Che il punto non è il singolo caso, ma l’effetto collettivo: restare fermi qui, oggi, significa tornare a casa con una frattura addosso, raccontarla, ricordarla, darle visibilità. Il disagio come strumento politico e la fermezza come linguaggio di chi lo sostiene.

Dall’altra parte ci sono i moderati. Non meno politici, non meno coinvolti. Dicono che così si colpiscono le persone sbagliate, parlano di umanizzare il blocco. Che fermare chi lavora nella stessa terra che si vuole difendere è un corto circuito morale. Che un fronte comune funziona solo se condivide criteri chiari, e segue regole concordate a priori. “Sono come noi”, ma quel noi si era ulteriormente frammentato. Il rispetto della libertà altrui è una posizione che suona giusta anche in questo contesto, ed è quasi rassicurante. E proprio per questo rischia di non lasciare traccia.

Il corteo, intanto, discute di sé. Si formano fazioni, si difendono i propri principi. La protesta smette di essere solo contro qualcosa e diventa una prova di coerenza interna. Il cacciatore continua a parlare, i cani si muovono, il tempo passa. Alcuni automobilisti rinunciano, e se ne vanno. Altri restano, forse inchiodati più dal conflitto che dal blocco. Qualcuno passa, qualcun altro no. E qualcosa in noi resta incrinata. Non rotta. Incrinata.

Ferma sulle strade del Sulcis, incastrata tra strade che sono bivi per definizione, la domanda che resta non riguarda solo se fosse giusto farli passare o bloccare tutto, ma sul perché poi, davanti a quel bivio, ci siamo divisi.


Martina Secchi

 


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