EINSTEIN TELESCOPE: PRESTIGIO SCIENTIFICO O SERVITU' PERMANENTE?



L’Einstein Telescope viene presentato come un progetto di altissimo valore scientifico, una grande occasione per la Sardegna, un simbolo di progresso e innovazione. Ma quando si prova a spostare lo sguardo dalla narrazione ufficiale alla realtà materiale dell’isola, emergono contraddizioni talmente evidenti da risultare difficili da ignorare.


Mentre In vaste aree della Sardegna, in particolare interne e rurali, la copertura telefonica e la connettività dati risultano tuttora discontinue o insufficienti (Questo è un dato riconosciuto anche nei piani nazionali sulla digitalizzazione), e mentre

numerosi comuni dell’isola affrontano criticità croniche nella gestione delle risorse idriche, con razionamenti periodici e discontinuità nell’accesso all’acqua potabile,

situazioni di inquinamento ambientale di origine industriale e militare che non risultano bonificate, la candidatura della Sardegna a ospitare l’Einstein Telescope, appare quantomeno paradossale.


Insomma, la regione Sardegna ha altre priorità.


Dentro questa realtà concreta, quotidiana, si inserisce l’idea di costruire una delle infrastrutture scientifiche più complesse e sensibili al mondo. Un’opera che richiede condizioni ambientali estremamente controllate, stabilità del sottosuolo, silenzio sismico, gestione sofisticata delle risorse, monitoraggi continui per decenni. L’impressione è quella di una frattura totale tra la Sardegna reale e la Sardegna immaginata nei dossier.


E la giunta in carica sta facendo del suo meglio per procedere nella propaganda, dalla quale non traspare mai, neanche per sbaglio, una menzione critica rispetto all’impatto ambientale e socio economico che tale infrastruttura comporterebbe. Infatti la definiamo propaganda e non campagna informativa, perché una campagna informativa mette sul tavolo tutto: anche gli aspetti meno vendibili.


Dal punto di vista ambientale, l’area individuata rientra in un territorio che ospita ecosistemi di valore naturalistico rilevante e biodiversità straordinaria, con ecosistemi fragili, specie endemiche e un equilibrio costruito in tempi lunghissimi. La realizzazione dell’Einstein Telescope comporterebbe anni di cantieri, infrastrutture di superficie, traffico, rumore, illuminazione notturna, presenza umana costante. Tutti fattori che, sommati nel tempo, rischiano di produrre un impatto profondo e difficilmente reversibile. Il problema non è solo l’impatto immediato, ma quello cumulativo, quello che si manifesta lentamente, quando ormai tornare indietro non è più possibile.


La Sardegna presenta una struttura geologica antica e complessa, poiché essendo una delle terre più antiche d’Europa, con una storia tettonica articolata, rocce dalle proprietà meccaniche variabili, faglie e fratture non sempre sono  facilmente leggibili. Questo introduce un margine di incertezza significativo nella realizzazione di tunnel estesi e profondi, e nella previsione del comportamento del sottosuolo nel lunghissimo periodo. A ciò si aggiunge il tema del rumore sismico naturale, della microsismicità, dei micro-assestamenti che, pur non essendo eventi catastrofici, possono interferire con uno strumento progettato per rilevare variazioni infinitesimali.


Il rischio concreto è quello di investire risorse enormi in una struttura che, una volta realizzata, potrebbe non raggiungere pienamente gli obiettivi scientifici previsti. E qui emerge un’altra questione che in Sardegna è tutt’altro che astratta: chi si assume la responsabilità se le cose non funzionano? Chi gestisce, mantiene, smantella, bonifica? La storia dell’isola è piena di infrastrutture imposte, poi lasciate lì, senza una vera assunzione di responsabilità nel lungo periodo.


Un altro nodo centrale riguarda la gestione delle acque sotterranee. Anche in territori apparentemente aridi possono esistere circolazioni idriche profonde, fratture permeabili, equilibri idrogeologici delicati. Le interferenze prodotte da un’opera di questo tipo possono richiedere drenaggi permanenti, alterare pressioni e flussi, generare effetti che emergono a distanza di anni.


E qui emerge la domanda più semplice e più scomoda: ai sardi, cosa rimane davvero?

Possediamo ancora tutti una memoria storica?

O ci siamo scordati cosa significarono per la Sardegna e i sardi  i grandi proclami di progresso, ricchezza e promesse di lavoro?


Dopo quasi sessant’anni la formula e i toni trionfalistici dei benefattori incompresi sono sempre gli stessi. E anche i sardi non sembrano cambiati. Non hanno imparato nulla dal passato. Che la salvezza non arriva da chi viene da fuori, che nessuno ti regala un bel niente.


La Sardegna porta i segni indelebili dello sfruttamento, del disastro ambientale, della servitù e della miseria che il “prestigio” degli altri,  le ha lasciato come ereditá.


Tornando a noi, si fa notare che non sono ancora disponibili accordi pubblici che garantiscano in modo preciso occupazione stabile, ritorni economici duraturi o benefici diretti per le comunità locali nel lungo periodo. Il rischio è che alla Sardegna restino ancora una volta i vincoli, l’impatto ambientale, il consumo di suolo, mentre altrove si concentrano decisioni, prestigio e benefici.


Un ulteriore elemento riguarda il processo decisionale. Le fasi principali della candidatura si sono svolte prevalentemente a livello istituzionale e tecnico. Non risulta, allo stato attuale, un percorso di consultazione pubblica ampia e strutturata che coinvolga in modo diretto e comprensibile le comunità locali sui possibili impatti, sulle alternative e sulle ricadute a lungo termine.


La contraddizione è tutta qui: un’isola dove i telefoni non prendono, dove l’acqua manca, dove l’inquinamento resta irrisolto, viene considerata improvvisamente il luogo ideale per un’infrastruttura scientifica che richiede condizioni perfette. Non perché quelle condizioni esistano davvero, ma perché il territorio è percepito come disponibile, sacrificabile, poco in grado di opporsi.

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